
Il Made in Italy è un pilastro dell’economia nazionale, simbolo di qualità e tradizione riconosciuto in tutto il mondo. Questo valore si riflette in settori chiave, noti come le “quattro A”:
- abbigliamento, con l’eccellenza della moda e del design;
- alimentare, dalla tradizione culinaria ai prodotti enogastronomici;
- arredamento, che unisce estetica e funzionalità;
- automazione, sinonimo di innovazione tecnologica.
Tuttavia, proteggere questo patrimonio è una sfida complessa. La normativa attuale è frammentata e poco incisiva, rendendo vulnerabili questi settori strategici di fronte a fenomeni come la contraffazione e l’Italian Sounding ovvero quel fenomeno di imitazione dei prodotti italiani che sfrutta nomi, immagini, colori, simboli o riferimenti geografici associati all’Italia per indurre i consumatori a credere che un prodotto sia italiano, quando in realtà non lo è.
Una normativa 231 poco efficace
Il Decreto Legislativo 231/2001, pensato per regolare la responsabilità amministrativa delle imprese, rappresenta uno strumento cruciale per prevenire reati aziendali. Esso impone alle imprese di adottare modelli organizzativi (MOG) per evitare condotte illecite. Nonostante il suo potenziale, l’impatto della normativa nel contesto del Made in Italy risulta limitato.
Le norme penali specifiche sul Made in Italy, come l’articolo 4, comma 49, della Legge 350/2003, e l’articolo 16, comma 4, del Decreto-Legge 135/2009, si concentrano su comportamenti illeciti come la vendita di prodotti falsamente dichiarati italiani.
Tuttavia, entrambe rinviano all’articolo 517 del Codice Penale (“Vendita di prodotti industriali con segni mendaci”) solo per quanto riguarda la pena, senza includere queste fattispecie tra i reati presupposto della disciplina 231. Ciò significa che la normativa 231 non può intervenire direttamente per sanzionare illeciti legati al Made in Italy, salvo concorsi con altri reati, come la frode commerciale.
Le difficoltà di un sistema frammentato
La mancanza di un coordinamento normativo crea incertezze che limitano l’efficacia delle tutele. Ad esempio, la giurisprudenza ha chiarito che le fattispecie legate al Made in Italy, pur autonome, non possono essere equiparate direttamente ai reati previsti dall’articolo 517.
Questo lascia vuoti di protezione e riduce le possibilità di colpire le condotte illecite in modo mirato.
Verso una protezione più solida
La crescente attenzione verso il Made in Italy, sottolineata dall’istituzione della Giornata Nazionale del Made in Italy nel 2024, evidenzia l’importanza di un intervento legislativo più organico. Per rafforzare la tutela, sarebbe necessario:
- includere esplicitamente i reati legati al Made in Italy tra i presupposti della normativa 231;
- incentivare l’adozione di sistemi di certificazione e tracciabilità, come la blockchain, per garantire l’origine dei prodotti e prevenire illeciti.
Un quadro normativo più solido non solo difenderebbe meglio i settori chiave del Made in Italy, ma favorirebbe anche una cultura aziendale orientata alla prevenzione e alla compliance, valorizzando al contempo l’eccellenza italiana sui mercati globali.



