
Il reato di maltrattamenti in famiglia, previsto all’art. 572 c.p., prevede la pena della reclusione da due a sei anni per chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente.
A tal fine è necessario, per la configurabilità di tale delitto, accertare lo stato di soggezione e inferiorità psicologica della vittima.
La fattispecie richiede, inoltre,la sussistenza di una condotta abituale che si estrinsechi in più atti tali da determinare sofferenze fisiche o morali, realizzati in più momenti.
Tali momenti devono essere collegati da un nesso di abitualità ed avvinti, nel loro svolgimento, da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo, infliggendogli abitualmente tali sofferenze.
Ecco perché, la materialità del fatto non può rinvenirsi in singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, poiché il reato di maltrattamenti in famiglia si caratterizza per la necessaria abitualità del comportamento lesivo.
Pertanto, la reiterazione nel tempo, oltre a dimostrare l’abitualità della condotta e creare uno stato di soggezione ed inferiorità psicologica,ne determina la rilevanza penale ai sensi dell’art. 572 c.p..
Infine, recentemente, la Suprema Corte con la sentenza 19922 del maggio 2019 ha esteso l’applicabilità di questa fattispecie, non solo ai nuclei familiari fondati sul matrimonio, ma a tutte le relazioni sentimentali, ivi compresi i rapporti di fatto.



